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Made in Italy in Bali

La creatività italiana nell’isola degli dei

Per tre anni, dal 2006 al 2009, ho soggiornato nella bellissima isola di Bali, in Indonesia. Ad attrarmi là è stato un confluire di interessi, che mi avevano già fatto compiere viaggi annuali dal 2000 in avanti. Per approfondire la cultura balinese, ma anche per provare un modo di vivere più a contatto con la natura, con la spiritualità, con l’arte e, in generale, per avere una qualità della vita superiore a quella che attualmente si può vivere qui in occidente, avevo deciso di trasferirmi su quell’isola lontana e vedere se fosse stato mai possibile mettere radici.
L’esperimento non riuscì, perché proprio in quel periodo Bali si era agganciata ad uno straordinario sviluppo economico di stampo globalista che la stava trasformando sotto i miei occhi increduli. La parola più pronunciata da tutti era “business”, il miraggio era quello di diventare la Singapore dell’Indonesia, mentre il panorama delle risaie incontaminate, specialmente quelle a ridosso dei centri cittadini maggiori, si stava rapidamente dissolvendo per far spazio a colossali iniziative edilizie rivolte al turismo di lusso, che hanno trasformato completamente l’energia del posto e dei suoi abitanti.
Il discorso è complesso e vale la pena riprenderlo, fatto sta che nel felice periodo di soggiorno, sollecitato dalla variegata ricchezza della cultura balinese, la mia compagna ed io realizzammo diversi documentari, uno dei quali è l’oggetto di questo post. Nacque dal desiderio di documentare le caratteristiche del famoso Bali Style, uno stile di vita basato sui ritmi naturali e sulla cura del corpo e dell’anima, che si trovava riflesso nella moderna ricerca artistica soprattutto del design e dell’architettura.
L’originale progetto era quello di realizzarlo in inglese, credendo che il fenomeno fosse il frutto cosmopolita dell’incontro degli artisti locali con i numerosissimi artisti occidentali che a Bali avevano trovato il loro luogo ideale. Quando però cominciammo a parlare con gli artefici delle opere più belle che incontravamo nelle nostre peregrinazioni, ci siamo subito resi conto che, due volte su tre, c’era dietro la genialità dell’eccellenza del gusto italiano.
Scoprimmo così che la comunità italiana a Bali è fra le più grosse residenti sull’isola e che la maggioranza era composta da creativi in fuga dalla carestia culturale che infuria nella nostra madre patria. C’era addirittura la bella rivista pubblicata in italiano “Buongiorno Bali”, curata da Lella Santamaria, residente da oltre trent’anni, che purtroppo, scopro solo ora, è stata chiusa.
Cosi modificammo il progetto per trarne un documentario in italiano tutto sulla genialità artistica degli italiani e lo intitolammo “Made in Italy in Bali – La creatività italiana nell’isola degli dei”, in cui si testimonia come un contributo fondamentale sia stato dato proprio da quegli italiani che fin dagli anni settanta avevano cominciato a frequentare l’isola, tanto da stabilircisi e diventare cittadini indonesiani.Come è il caso di Milo, stilista di moda che ci raccontò la sua storia e che è diventato addirittura il portavoce della moda indonesiana all’estero. Ma c’erano anche gli architetti Giuseppe Verdacchi e Mauro Tomasi; raffinato ed eccellente designer, il primo; ingegnoso creatore di ville che coniugano modernità e tradizione, il secondo. Inoltre ci hanno reso la loro testimonianza altri creativi italiani, tutti in qualche modo consapevoli ed artefici dello straordinario connubio che si è venuto a creare tra la capacità artistica nostrana e l’eccellenza artigianale di cui i balinesi sono geneticamente portatori.

Nel cercare links per quest’articolo mi sono imbattuto in questo blog dove è presente una bella rassegna fotografica al riguardo, oltre che ad aver trovato un gradito riferimento al nostro documentario.
Un’eccezionale conferma della tesi da noi portata avanti, che in fondo Italiani e Balinesi hanno molto in comune, sia in termini di capacità artistiche che di concezione della vita, la ricevemmo da Made Wianta, illustre artista balinese di fama internazionale, che in poche parole ci descrisse come i due tipi si risconoscano subito anche solo grazie al saluto iniziale.

Fonte: La luce dell’Invisibile

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