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L’intervista

Essa ricopre un ruolo fondamentale nel genere di documentari che mi son trovato a realizzare fino ad oggi. Lo spazio che in genere do all’intervista non solo mette in scena i personaggi che hanno a che vedere con il tema scelto, ma la loro testimonianza interpreta anche la funzione di voce guida del filo narrativo.

C’è da dire che nei lavori da me svolti ho quasi sempre avuto la ventura di avere come punto di riferimento formale il modello RAI. Non so veramente se esiste un modello Rai, ma so che ci sono certe determinate condizioni implicite in tale struttura che richiedono che l’opera da mandare in onda abbia sempre una certa immediatezza di fruizione, una comprensibilità di larga scala e non si perda in formalismi fine a se stessi di autocompiacimento.

Vien da sé che l’intervista debba essere svolta sempre rispettando più o meno questi criteri. Poi ormai tutto sta cambiando e anche in Rai ciò che prima non si osava, oggi invece si osa, eccome, dal momento che non si è più bloccati in certe rigidità formali.

Nei documentari spesso la parte riservata all’immagine può spesso essere largamente preponderante rispetto al parlato. Nei miei lavori al contrario è la parte parlata che ha il ruolo più importante. Fino ad oggi questo è accaduto perché mi son sempre lasciato guidare dalla lunga esperienza che ho acquisito alla radio. Quando ho iniziato a lavorare a RadioRai, per le interviste noi programmisti registi usavamo il Nagra, il glorioso e pesante registratore portatile a bobine tutto in metallo con il microfono della Sennheiser (come quello nella foto in alto). Una qualità eccezionale! Il montaggio si eseguiva a mano, con una piccola taglierina e dei nastrini adesivi.

Non so quante interviste ho realizzato e montato nel mia vita radiofonica. In tanti anni senz’altro diverse centinaia. Quando mi son trovato a lavorare in video ed al montaggio digitale, la sostanza non è cambiata e l’abilità di tagliare, scegliere, associare i pezzi del parlato è come se mi fosse rimasta nel dna. La soddisfazione di utilizzare tale abilità anche per i documentari video è testimoniata anche dalla predilezione di non voler inserire alcuna voce narrante fuori campo, ma di usare sempre e solo il montato delle varie interviste per tessere il commento dell’intero lavoro. Anche le mie domande non appaiono mai. Preferisco che la mia presenza venga desunta implicitamente dal lavoro di regia piuttosto che renderla manifesta.

Visto che mi vien così bene e i risultati si son sempre fatti notare, ho continuato a fare in questo modo. Devo dire che non mi sono mai forzato in una ricerca artistica espressiva originale, ma ho sempre puntato al valore della bellezza e chiarezza dell’esposizione. In verità penso di essere più un divulgatore che ama certi contenuti, piuttosto che un documentarista con l’amore per il cinema di per sé.

Ritornando all’intervista, è chiaro che le domande non debbano mai distaccarsi dalla necessità contingente del lavoro che si sta realizzando. Le mie non sono mai semplici domande ma di solito analisi personali, proposte all’interlocutore, che ritengo possa apprezzarle e farle sue a sua volta. In questo modo dirigo l’interlocutore verso ciò che mi risulta più funzionale per portare avanti il tema del documentario.

Fonte: La luce dell’Invisibile

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