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Michelangelo Pistoletto

Nel 2011 mi furono commissionati da Rai Educational tre documentari su tre grandi nomi dell’arte contemporanea italiana, ma per la fama che li caratterizza, possiamo anche dire internazionale: Michelangelo Pistoletto, Luigi Ontani e Mimmo Paladino.

Si trattava di un grosso impegno produttivo, circoscritto in un arco temporale piuttosto limitato, e anche di una grande sfida sul piano tecnico, visto che il budget che avevo a disposizione non consentiva di fare granché. Accolsi comunque con grande entusiasmo l’impresa, sebbene, devo confessarlo, non sono un grande estimatore dell’arte contemporanea.

Reputo l’arte contemporanea preda di logiche commerciali, in mano a soggetti interessati più all’aspetto finanziario che altro. Attraverso il circuito costituito dalle figure del critico d’arte, del collezionista e dell’espositore, nella quale rientrano i grandi musei realizzati negli ultimi dieci anni all’interno della prospettiva estetica e politica della globalizzazione, l’artista risulta spesso essere l’ultima figura, manipolata e stritolata da una dinamica speculativa che ben poco a che fare con la vera creatività.
Ma non è questa la sede, né io sono la persona più adatta, per andare in profondità in questo discorso. Mi limito qui a segnalare l’articolo Arte e Decrescita di Maurizio Pallante, che a suo tempo mi diede degli ottimi spunti di riflessione, toccando alcuni degli aspetti a cui mi riferisco.

Sta di fatto, lo dico subito, in generale l’impresa della realizzazione di questi tre documentari non riuscì bene. Non era la prima volta che mi occupavo di artisti contemporanei di pregio. Le volte precedenti però avevo scelto personalmente i soggetti di cui occuparmi, che rispondevano in tutto alla mia prospettiva filosofica di vita. E anche le circostanze produttive in cui nascevano quei progetti erano di tutt’altra entità, sia sul piano economico che su quello dei collaboratori di cui potevo avvalermi. In questo caso mi cimentavo praticamente da solo con artisti dai quali, pur essendo di grande caratura intellettuale ed artistica, non potevo ottenere risultati altrettanto prestigiosi.

Mi limito in questo post a parlare del primo, Michelangelo Pistoletto. Artista che emerse fin dai primi anni settanta nell’ambito dell’arte povera e arte concettuale. Col tempo divenne poi più un filosofo dell’arte e poi imprenditore di se stesso e della sua ricerca teorica, piuttosto che rimanere ancorato al concetto di creazione fisica dell’opera d’arte. Vien da sé che già il desiderio del mio committente di vedere all’opera l’artista nell’atto di manipolare la materia per tirarne fuori un prodotto concreto, era  impossibile in partenza. Pistoletto da lungo tempo non si occupa più direttamente di pittura o di realizzazione materiale delle sue istallazioni, come i suoi famosi specchi. Già questo precludeva il completo soddisfacimento delle intenzioni di chi mi aveva commissionato il documentario.

Oltre a questo, i limiti sostanziali dovuti al budget risicato non mi consentiva di seguire l’artista nelle sue performances, più che altro dialettiche, in giro per il mondo. A Venezia, per esempio, mentre operava l’ennesima rottura degli specchi, a Bordeaux durante le sue visite per curare la direzione artistica della biennale di arte urbana Evento 2011, o a Milano, in occasione della realizzazione iconografica del geniale simbolo del Terzo Paradiso a Piazza Duomo. Si trattava, appunto, di situazioni alquanto mondane che potevano, certo, diversificare le immagini da presentare nel documentario, ma non di vedere veramente l’artista nell’atto di creare l’opera.

Dopo aver studiato diligentemente il mio soggetto e parlato con il suo principale critico d’arte, Massimo Melotti, optai per una visita approfondita a Cittadellarte, la sede della Fondazione omonima realizzata da Pistoletto negli ex stabilimenti lanieri di Ivrea. Qui era possibile non solo intervistare l’artista, ma vedere anche esposte una summa significativa di tutte le sue opere, parlare con i suoi collaboratori diretti e dare un resoconto di una grande ristrutturazione di archeologia industriale.

Inoltre là c’era materiale video a sufficienza per descrivere tutta la parabola professionale dell’artista fino a documentare quello che è il compendio filosofico di tutta la sua ricerca artistica, rappresentata da Cittadellarte che, secondo le parole dello stesso Melotti, incarnava perfettamente il suo pensiero, attraverso l’attività didattica che vi si svolge, la collaborazione con altri artisti, la funzione sociale e palingenetica dell’arte all’alba del terzo millennio.

Riguardo alla funzione di un documentario dedicato ad un artista, ho sempre preferito l’aspetto dell’esposizione di tutta la sua biografia professionale, piuttosto che alla rappresentazione di un unico momento di vita. Si tratta di una scelta personale, forse opinabile, ma consona, credo, al compito di una televisione dedita alla divulgazione presso il grande pubblico.

Restammo a Cittadellarte tre giorni pieni, durante i quali, grazie anche alla magnifica ospitalità di chi vi lavorava, potemmo riprendere tutto ciò che mi interessava e occorreva. Prima di entrare in sala di montaggio, inoltre, visitai con la troupe anche la grande restrospettiva dedicata all’artista che si svolse al museo Maxxi di Roma nel 2011, Con scarsi risultati, tuttavia, poiché la gran parte delle opere presenti erano escluse dalla possibilità di ripresa video, per volontà dei collezionisti che le avevano prestate.

E’ sempre difficile giudicare obiettivamente un proprio lavoro. Ma, mentre in precedenza ho sempre potuto constatare l’effettivo risultato ottenuto dopo la messa in onda o, in ogni caso, dopo la sua presentazione pubblica, in questo caso non ebbi quasi alcun feedback. Il mio committente infatti, dopo aver acquisito il documentario, mi fece sapere che non era di suo gradimento. Non mi fece piacere, ovviamente. Mi consolavo di non averci rimesso economicamente, ma non ebbi la soddisfazione di vederlo trasmesso.

Mi rimane il sospetto che, oltre alle motivazioni precisate sopra, la ragione per cui il documentare non piacque è che il soggetto trattato era risultato alla fine più centrato sulla creatura realizzata dall’artista, Cittadellarte appunto, che non sull’uomo. Ciò poteva entrare in conflitto con la politica editoriale dell’azienda che evita di promuovere iniziative imprenditoriali personali, quale la Fondazione Pistoletto potrebbe dimostrare di essere. Ma questo rimane solo un sospetto, perché in fondo l’appellativo esplicito più significativo che ricevetti dal mio committente era un semplice: “è noioso”.

Sta di fatto che successivamente per rimediare all’insuccesso, ne montai una seconda versione, infarcito questa volta di immagini di archivio, anche se di scarsa qualità tecnica, e montato con tempi più rapidi, rispondenti al ritmo battente della televisione attuale. Questa versione rispose meglio alle aspettative di chi mi commissionò il lavoro, ma personalmente non riflette affatto l’impostazione che avevo deciso di dare originariamente. Quest’ultima versione, ulteriormente modificata all’interno della Rai, andò in onda ma non l’ho mai vista.

La prima versione, dunque, rimane in qualche modo ancora inedita ed è qui presente nel Portfolio.

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